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(Abruzzo – Chieti) “La natura ama nascondersi”

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“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”                                                                             Oscar Wilde

Come la maggior parte delle nostre feste laiche di remota tradizione, il Carnevale è segno residuo di una festività pagana. Anzi, il Carnevale fu la più grande di tali feste, che indipendentemente dal suo specifico nome nelle diverse epoche e culture, ha attraversato tutta la storia della civiltà umana. Il Carnevale è il periodo in cui solitamente è permessa la manifestazione dell’interdetto, dell’irrazionale, del folle, dell’improvvisazione

più strana. Nascondendosi dietro una maschera e celando la propria identità, ognuno aveva la possibilità di comportarsi come non avrebbe mai avuto il coraggio di fare a viso scoperto durante le licenziose pratiche festaiole, lasciando cadere veli e freni inibitori e dando libero sfogo a pulsioni e desideri nascosti.

L’uso delle maschere prende vita in seno ai culti di Dionisio, dio della maschera per antonomasia. Dio che riassume nella sua ambiguità il nesso tra maschera e mania divina, il legame tra follia e rivelazione divina. Pare che anticamente le maschere servissero a tirare fuori dagli uomini qualcosa che era in ambigua relazione con il diabolico e il divino. Comune a innumerevoli popolazioni è l’utilizzo di tale simbolo sin dall’età arcaica. Era un efficace mezzo di comunicazione tra uomini e divinità, utilizzato come strumento per alienarsi dalle convenzioni spazio –  temporali al fine di proiettarsi in un mondo “altro”, rituale, mistico. Aveva il compito di trascendere l’uomo, che perdeva la propria identità per assumere quella rappresentata dall’oggetto rituale.

Maschera e persona sembrano essere così la stessa cosa, poiché la parola stessa persona deriva dal greco pròsopon, che vuol dire appunto maschera. Chi la indossa, diventa come per magia ciò che la maschera stessa rappresenta.. Essa ha in sé una forza trasformante: quando si indossa una maschera può succedere di diventare un po’ meno se stessi, meno vincolati dall’idea “io sono così”, e meno responsabili delle proprie azioni. Permette di essere simultaneamente noi stessi e altro da noi stessi.

Il Carnevale è metafora di una crisi e anche la maschera, segno del doppio per antonomasia,  come attesta la sua etimologia ha un rovescio. Rimanda a significati contrastanti che la connotano sia dell’aspetto di anima cattiva, strega, defunto, fantasma (dal latino mediceo e dal provenzale masca – masc), sia di un aspetto ludico e festoso, relativo allo scherzo, alla buffonata, alla burla, dalla locuzione araba Maschara o mascharat.

Questa profonda e antica connessione con figure e divinità dei defunti, del mondo diabolico e notturno, può spiegare perché ancora oggi alcune maschere, come quelle di Pulcinella e Arlecchino, conservino i tratti cupi e infernali delle loro origini.

Giovanna C.

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