Italia da Vivere

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(Toscana – Grosseto) Domenica in.. lettura!

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Iniziamo il nostro viaggio nel mondo della letteratura italiana e non.

Oggi vi parlerò di Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquèz.

Macondo è un microcosmo sconvolto da cataclismi biblici, devastato dalla follia degli uomini, e scosso da mille piccoli drammi o gioie quotidiani. È la sede di un secolo di vita della famiglia Buendía, che sono insieme i creatori e i distruttori di questo villaggio cui s’arriva attraverso “nebbiose gole, tempi riservati all’oblio, labirinti di delusione”.

La realtà trapassa, quasi con leggerezza, nell’onirico, assume connotati da favola. Tutto è dettagliato, nelle descrizioni; poi, all’improvviso, avviene il salto, lo scatto, e il mondo si invola verso il natastico, l’irreale, e l’impossibile si inserisce nel concreto anche più crudo. E i confini tra ciò che appare nei sogni e ciò che è reale sfuma. La malattia dell’insonnia, ad es., e poi della perdita della memoria, che colpisce gli abitanti di Macondo: fatti di pura invenzione, ceh però fanno apparire il mondo un posto magico, come agli occhi dei bambini o dei primitivi; anzi, i parametri della verosimiglianza sono capovolti, al punto che il magico appare ‘normale’, previsto e possibile, all’interno di quella realtà, che è di ordine diverso rispetto a quella in cui siamo intrappolati.

Il libro, apparso, come un dono prezioso nel bel mezzo del dibattito sulla possibile morte del romanzo alla fine degli anni ’60, sconvolge e getta un nuovo modo, inatteso, imprevisto e imprevedibile di raccontare la vita.Con una prosa sinuosa, flessibile, duttile e tale da riuscire a convincere il lettore che, le cose bizzarre che racconta, sono piu’ vere del vero e solo perche’ Marquez ce le riporta. Ce le sussurra senza mai un solo grido, un solo comando.E, non tanto per cio’ che dicono le parole quanto per la potenza della voce che commuove il lettore nel narrare la storia circolare della geniale ambientazione temporale con tutta la loro prevedibile: imprevedibilita’. E, spezzando, il desolante perimetro mentale dei romanzi a questo contemporanei.Il tutto, espresso, in una forma tenue, elegante, morbida e che, alla inevitabile rilettura, man mano si indurisce fino a cristalizzarsi per diventare : sostanza in forma di pura arte letteraria.I suoi personggi sono inseriti in un contesto metafisico nel quale ogni regola della fisica, della chimica, della morale e del sentire sono talmente fascinose che definirle magiche e’ solo un modo, banale, di attribuirle un disvalore. Marquez non chiede ai Buendìa di testimoniare cio’ che ritengono falso , che sarebbe ” peccato ” , ma , di testimoniare falsamente cio’ che ritengono , invece , vero , il che e’ una stupefacente azione virtuosa , perche’ supplisce ad una sorta di mancanza di prove circa ” qualcosa o qualcuno ” che , certamente e’ accaduto o e’ esistito. Non e’ quindi, come dire, necessario essere stati, poniamo, in un luogo per conoscerlo, se cosi’ fosse, i marinai sarebbero, per definizione piu’ sapienti dei teologi. Un libro che conservo come un diamante, fatica, di un autore dall’ intelligenza verbale abbagliante nel forgiare verita’ inverosimili e sagge, con il suo talento da grande illusionista nel sottrarsi alla realta’ ordinaria e che, merita l’ immortalita’ della nostra memoria, al cospetto di altra produzione che, dovrebbe durare meno di un fiore.

Se volete dite pure la vostra.

Gaia Gherardini

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